Le tecniche nascoste di Monet, Renoir e Van Gogh.

Indagare sulle opere degli impressionisti, calandosi nei panni di curatori ed esperti d’arte, per tentare di penetrare i segreti dei maestri impressionisti: questa l’idea di fondo della mostra “Impressionismo: dipingere la luce. Le tecniche nascoste di Monet, Renoir e Van Gogh” che si è tenuta Firenze tra l’11 luglio e il 28 settembre 2008, presso i locali di Palazzo Strozzi. La mostra aveva aperto i battenti a Firenze in un particolare periodo, quello durante il quale si celebrava, in Italia , la pittura dell’Ottocento, in occasione del centenario della morte di Giovanni Fattori, il più noto tra i macchiaioli italiani, e la mostra organizzata nel capoluogo toscano intendeva porsi come ideale completamento delle celebrazioni.


L’esposizione fu realizzata e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi e dalla Wallraf-Richartz- Museum & Foundation Corbaud di Colonia, con il patrocinio della Provincia di Firenze e della Regione Toscana, insieme alla Camera di Commercio di Firenze e dall’Associazione Partners di Palazzo Strozzi, ed ha avuto come sponsor principale, la Banca CR di Firenze.

Un’idea originale e un progetto impegnativo che si è snodato attraverso oltre 60 opere provenienti dalla collezione Wallraf-Richartz- Museum & Foundation Corbaud di Colonia, e raramente esposti al di fuori del territorio tedesco: da Edouard Manet a Pierre-Auguste Renoir, a Claude Monet, Berthe Morisot e Van Gogh , fino a Paul Gauguin, Renoir e a Gustave Caillebotte, tutto il gotha della corrente impressionista ha trovato, nelle sale di palazzo Strozzi, significativa dimostrazione della propria arte.

Lo scopo dei curatori era di coinvolgere lo spettatore in un percorso interattivo, all’interno del quale veniva svelata la tecnica pittorica che era alla base della multiforme e polifonica varietà del linguaggio estetico impressionista. Un linguaggio pittorico sul quale non sempre si è fatta chiarezza e sul quale il pubblico è inviato ad esprimere la propria opinione e a raccogliere gli indizi presenti nella mostra. Oggetto d’indagine, il nuovo modo di concepire la luce e di riprodurla nel dipinto, che il visitatore era invitato a ricostruire attraverso l’analisi delle tracce lasciate dalle spatole e dai pennelli sulle tele, oltre che dai disegni e dagli schizzi preparatori. A partire da queste osservazioni preliminari, la riflessione dello spettatore veniva invitata ad orientarsi attraverso tre domande fondamentali, che costituivano il fil rouge attraverso il quale riunire l’indagine sui dipinti esposti.

In particolare lo spettatore era invitato a chiedersi se l’opera fosse stata veramente realizzata in maniera spontanea, se fosse stata effettivamente realizzata all’aria aperta, ed infine se l’opera fosse tata effettivamente portata a compimento.
Ad ognuna di queste domande corrispondeva una sezione della mostra.
La prima sezione era dedicata agli schizzi e ai disegni preparatori. L’obiettivo di cogliere l’impressione di un preciso istante e di tradurla il più spontaneamente possibile sulla tela, si rivela essere, in taluni casi, più un ideale estetico che un vero e proprio metodo di lavoro. Le recenti indagini sui dipinti hanno rivelato la presenza, in molte opere, di lavori preparatori molto complessi; Van Gogh, Caillebotte e Gauguin, ad esempio, si scoprono essere artisti molto metodici e scrupolosi. Ne è un esempio il “Ponte di Clichy” di Van Gogh,: grazie alla riflettografia ad infrarossi, si è scoperto, al di sotto del colore, un disegno preparatorio e le linee prospettiche principali.

La seconda sezione ha come oggetto il luogo in cui l’opera è stata realizzata. Gli impressionisti hanno per primi posto l’esigenza di dipingere en-plein air, uscendo fuori dagli atelier e dagli studi, per cogliere le impressioni direttamente nei luoghi in cui esse venivano evocate. L’introduzione delle valigette, dei tubetti di colori, deriva da questa necessità primaria. Anche in questo caso, l’analisi scientifica dei dipinti ha riservato curiosità e sorprese. Nel dipinto “Mare a Saint-Calais” di Armand Guillaumin, ad esempio, sono presenti tracce di sabbia, mentre sono di pioppo le tracce rinvenute nei colori della “Biancheria stesa ad asciugare sulle rive della Senna” di Gustave Caillebotte, segno inequivocabile che entrambe le opere furono effettivamente realizzate sul posto.

La terza sezione estende la riflessione al campo della critica. L’accusa di incompletezza, infatti, fu fa le prime e forti critiche rivolte agli impressionisti: lo stile rapido e frettolosa, l’assenza della vernice finale, la frequente omissione della firma, creavano, all’epoca, notevoli problemi ai critici d’arte, ma anche ai mercanti e agli artisti stessi, oltre a rappresentare un’altra segno di rottura nei confronti delle consuetudini del tempo. La cornice diventa parte del quadro, e la sua forma e il colore devono armonizzarsi con la natura stessa del quadro, e l’utilizzo di questo elemento diventa, in determinati casi, addirittura un elemento distintivo dell’artista: è il caso di Pissarro e della sua predilezione per la cornice bianca (come, per esempio, nel “Frutteto a Pontoise”).

Un’ultima parte della mostra è dedicata all’indagine sui cambiamenti delle opere esposte dovute al passare del tempo, ma anche ai ritocchi apposti successivamente e agli interventi di restauro. Così le alterazioni della tela, la preparazione e la stesura degli strati di colori, e le successive modiche imposte dal trascorrere del tempo, influiscono sula percezione che i fruitori di diverse epoche hanno avuto dell’opera. Così la “Fattoria a Bazincourt” ancora di Pissarro, ha subito successivi interventi da parte di altre mani, che hanno cercato di abbellire il dipinto.

La questione si complica quando si tratta dei falsi; in questo caso la moderna tecnologia offre strumenti sempre più sofisticati: ne è un esempio l’ultimo quadro della mostra, quel “Ritratto di una giovane donna” per anni attribuito a Manet, ma che si è scoperto essere, di recente, un falso coevo, realizzato quando il maestro era ancora in vita e che testimonia l’importanza e la fama di cui Monet godeva già tra i suoi contemporanei.
A margine della mostra, alcune curiose e interessanti attività didattiche: in primis i laboratori per i bambini (“Piccolo rosso e piccolo blu: la magia e i segreti della luce e dei colori”) , un percorso audio pensato espressamente per i visitatori ipovedenti, per poter scoprire l’arte attraverso commenti audio ricchi di descrizioni ampie e dettagliate. Interessanti le attività pensate per le famiglie: su tutte la possibilità di un’esperienza tattile, attraverso la manipolazione degli attrezzi e delle tele, in modo che i visitatori potessero effettivamente arricchire la propria conoscenza attraverso l’uso della vista dell’udito e del tatto.

Ma non solo; un gioco curioso che proponeva ai visitatori la soluzione di un vero e proprio “giallo”: a partire dalla morte di un immaginario pittore impressionista, il visitatore doveva raccogliere gli indizi e cercare di elaborare una storia di fantasia; una giuria di esperti avrebbe poi scelto (come poi avvenne) la storia più originale e avvincente.
Il catalogo dell’esposizione, pubblicato in doppia edizione italiana e inglese, è stampato per i tipi di Skira ed è tutt’ora disponibile presso il sito di Palazzo Strozzi.

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